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L'euro che non piace più

BCE
Una perdita di prestigio nell'Europa centrale ed orientale, ricca di economie forti e dinamiche, . Proprio quei paesi, con in testa la Polonia, seconda locomotiva del continente,  vedono crollare nelle loro opinioni pubbliche la voglia di entrare a far parte della moneta unica. Per cui le leadership politiche devono adeguarsi, pur non rinunciando alle loro politiche di consolidamento dei bilanci. La Polonia appunto, cioè l’economia più grossa, il paese demograficamente, politicamente e militarmente più importante, ha perso l’entusiasmo per l’euro. Negli ultimi sondaggi, quasi tre quarti dei suoi cittadini sono contro l’addio allo zloty, e solo il 22 per cento a favore. La Banca centrale e il governo liberal del premier Donald Tusk, che pure sono convinti europeisti e attuano da tempo un rigore alla tedesca, dicono che entrare nell’unione monetaria resta un obiettivo strategico. Ma il disappunto dell’opinione pubblica inizia a farsi sentire. Varsavia vanta da anni una solida crescita economica (crescita media del prodotto interno lordo del 4 per cento e oltre, più della Germania), basata su economia reale e crescita del ceto medio e quindi del mercato interno. Il debito pubblico è stato ridotto ed è entro i parametri di Maastricht. La presenza di disavanzo e inflazione è l'inevitabile conseguenza  della spesa pubblica anticrisi con cui il paese ha superato le scosse internazionali del 2008-2009 e di quest’anno. 70 cittadini su cento della Repubblica Ceca sono contro l’addio alla corona, solo 18 su cento vogliono l’euro. E stiamo parlando di una moderna potenza industriale a tecnologia avanzata. Scetticismo verso l’euro anche in Bulgaria, pure paese piccolo e molto meno industrializzato dei due sopra menzionati. E in Lituania, dove 49 cittadini su cento dicono no all’euro e solo 43 lo vorrebbero. Incertezza in Ungheria, governata dal premier nazionalista-autoritario Viktor Orban, e in preda a una grave crisi tra recessione e debito. Il presidente Pal Schmitt, creatura di Orban, parla comunque di entrata futura nell’euro come necessità economica, ma resta da vedere se Budapest soddisferà mai i parametri del Patto di stabilità. Scetticismo e timori infine si colgono anche nei paesi (Estonia, Slovacchia, Slovenia) che hanno già adottato l’euro. La solida crescita della Polonia senza euro e la robusta economia industriale cèca suscitano ammirazione e forse invidia.

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